Sanremo, i vincitori e la lingua delle periferie. Il commento di Eduardo Scotti

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Con il nostro editorialista Eduardo Scotti oggi, una riflessione sul mondo vissuto e  raccontato dai nostri giovani nelle loro canzoni.

Sanremo è finito e siamo certi che nel giro di qualche giorno ci si dimenticherà delle polemiche ed anche di molte canzoni. E’ successo sempre così. Quello che rimarrà certamente saranno quelle canzoni, che colonizzeranno radio, piattaforme e social media per i prossimi mesi e che decreteranno sul serio il successo di artisti e brani. Certo, da meridionali innanzitutto, non possiamo che essere felici per la vittoria di Angelina Mango, per la sua bravura, ma soprattutto per quelle emozioni che ha suscitato in tutti coloro che hanno finalmente riconosciuto la grandezza del papà, quel grande Pino Mango dalla piccola Lagonegro.

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Quello che però forse rimane da analizzare, dopo la chiusura della kermesse sanremese, che ha contrapposto ancora una volta, il sud, il nord, Napoli ed il resto del mondo. Insomma Napoli contro il Nord, il popolo contro l’élite, il rap contro il pop. Attenzione, non lo scontro all’ultimo voto tra Angelina Mango e Geolier per la vittoria al Festival della canzone italiana di Sanremo; questo è ciò che si è voluto vedere. In realtà lo scontro è stato non tanto tra i due artisti, diversi in molte cose, simili in molte altre, ma sul modello di comunicazione dei nostri ragazzi ed il mondo degli adulti, addirittura degli anziani. Uno scontro tra la generazione degli outsider e quella che occupa tutti i posti che contano. Angelina Mango ha emozionato fino alle lacrime molti spettatori rappresentando però quel mondo musicale pop legato al mondo delle grosse case discografiche e di coloro che gestiscono non solo il mondo della  musica.

Insomma se Angelina, nonostante la sua giovane età, ha raccolto il consenso unanime tra i genitori, i nonni e i boomer, Geolier, invece, ha portato sul palco del Teatro Ariston tutta la carica di consenso adolescenziale e giovanile che lo aiuta con allegra e confusa energia a collezionare un record dopo l’altro; consenso che non è, come ingenuamente hanno pensato in molto, concentrato in Campania, ma copre in modo uniforme tutto il Paese e ha vette altissime nei giovani. Due personaggi così diversi che hanno messo a confronto lo scontro tra generazioni, nonostante i due artisti fossero comunque due figli degli anni 2000. Tuttavia deve per forza far riflettere, più che il meritatissimo successo di Angelina Mango, il successo del napoletano Geolier. Lui vanta in una lingua nuova, diversa che non è dialetto e non è neppure una deformazione linguistica del napoletano.

 

Lo scrittore De Giovanni, prima dell’esibizione, aveva detto che la lingua napoletana non merita tanto strazio. A cui il rapper aveva risposto: “È il mio dialetto, è il mio rap e… sembra mi capiscano, non solo a Secondigliano, non solo a Napoli, non solo in Campania. Nel mio flow, magari un po’ rionale, le vocali sono poche, le parole vengono triturate per correre veloci, per seguire il ritmo, il flusso. L’hip hop è slang, gergo, linguaggio di strada, anche nello scrivere ne devi rispettare le radici”. Ma attenzione, non è una questione linguistica; sarebbe un grosso errore concentrarci su questo. E’ una questione di contenuti; di realtà. Cosa canta Geolier? La musica delle periferie urbane. Quella dei ragazzi di San Giovanni a Teduccio, di Secondigliano, di Scampia. Quelle aree degradate in cui esprimersi in italiano significa essere fuori dal gruppo, un corpo estraneo non riconosciuto dal contesto. Luoghi sconosciuti a chi vive nei quartieri borghesi delle nostre città. Cosa canta Geolier? Credo la voce del disagio che non può esprimersi con la lingua conosciuta da tutti, l’italiano, perché nella nostra lingua quel disagio non è rappresentato.

Nella lingua delle periferie, in questo caso del napoletano, conosce l’esperienza della tradizione che si fonde dei suoni della musica contemporanea. Eccola la differenza tra questi due giovani che parlano due lingue diverse ma vivono in un mondo che diverso non è. Un mondo di sogni, d’innamoramento e di noia; ma anche un mondo dove i giovani sono il mix di immigrati ed italiani che sentono l’esigenza di esprimere il loro disagio da italiani, e da immigrati. Un mondo che accomuna i giovani di tutta Italia indipendentemente da Nord e Sud ma che mostra tutte le sue controverse necessità di integrazione, protesta, solitudine.  Su tutto questo abbiamo chiesto l’opinione di Eduardo Scotti
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Scotti su giovani
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