ROMA – Caso Scarano; D’Amico ai Pm, i 20 mln non sono nostri

I cugini Paolo e Cesare D’Amico, coinvolti nel caso giudiziario di mons. Nunzio Scarano, respingono le accuse e davanti ai magistrati oggi hanno affermato che i 20 milioni di euro oggetto delle indagini non erano loro. I due imprenditori del settore navale, discendenti dell’armatore salernitano Giuseppe D’Amico, hanno escluso “categoricamente”, come riferito da uno dei loro difensori, Vincenzo Crupi, la titolarità di quei soldi. I due sono stati interrogati dai pm romani nella veste di indagati per evasione fiscale nell’ambito dell’inchiesta sul fallito tentativo di far rientrare in Italia 20 milioni dalla Svizzera.
Paolo e Cesare D’Amico, assistiti anche dall’avvocato Antonio Fiorella, sono stati interrogati per oltre tre ore dai pm romani titolari del procedimento sfociato, venerdì scorso nell’arresto di monsignor Nunzio Scarano, 61 anni, originario di Salerno, dell’operatore finanziario Giovanni Carenzio e dell’ex agente segreto, Giovanni Maria Zito.
Paolo e Cesare D’amico hanno confermato di conoscere Scarano, legato da antico vincolo, con il capostipite Giuseppe D’Amico, e di aver avuto con lui rapporti finalizzati alla beneficenza e aiuti umanitari. In particolare, hanno citato la costruzione di una casa per anziani e di un campo di calcio per seminaristi a Salerno. Nel ribadire di essere rimasti "esterrefatti" per il loro coinvolgimento nell’inchiesta, entrambi hanno escluso di conoscere sia Carenzio sia Zito. Un altro componente della famiglia D’Amico indagato dalla procura di Roma, Maurizio, non si è presentato oggi davanti ai pm, avendo anticipato agli inquirenti che si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere.

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